Film insoliti, sotterranei, espliciti, diretti, dimenticati, sotto il segno di AT THE MOVIES
Domenica 8 Dicembre @ Muscle Sound
QUESTI FILM
Giulio Questi evolve il cinema di genere
Ore 18:00
SE SEI VIVO SPARA
di Giulio Questi
(Ita-Spa/1967/col/117)
Ore 20:45
LA MORTE HA FATTO L’UOVO
di Giulio Questi
(Ita/1968/col/90 min)
SE SEI VIVO SPARA
di Giulio Questi
(Ita-Spa/1967/col/117)
Ore 20:45
LA MORTE HA FATTO L’UOVO
di Giulio Questi
(Ita/1968/col/90 min)
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AT THE MOVIES
@ Muscle Sound, - Via Roma 60, Senna Coamsco (Co) -
(Il posto si trova al primo piano, sopra gli uffici della GLS)
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Ingresso gratuito con tessera Muscle Sound obbligatoria (a soli 5€, valida per un anno)
E visto che non ci facciamo mancare niente, birre artigianali a go-go.
Per chi vuol fermarsi a vedere entrambe i film, ci sarà la possibilità di ordinare buon cibo a prezzi modici.
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QUI trovate la programmazione dei film previsti per il mese di Dicembre
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SE SEI VIVO SPARA (Ita-Spa/1967)
Regia: Giulio Questi
Con Tomas Milian, Ray Lovelock, Milo Quesada, Piero Lulli, Marilù Tolo, Roberto Camardiel
Regia: Giulio Questi
Con Tomas Milian, Ray Lovelock, Milo Quesada, Piero Lulli, Marilù Tolo, Roberto Camardiel
Può sembrare strano l'accostamento dell'aggettivo horror per un western italiano ma sicuramente questo celebre e discusso film di Giulio Questi merita in pieno di essere considerato come tale. Protagonista un giovane Tomas Milian (lo straniero), vede questi aggirarsi per le strade di una cittadina in preda al delirio di violenza e bramosia di ricchezza.
Tradito da una banda di fuorilegge con a capo Oaks (Piero Lulli) e fucilato da questi assieme a dei campesinos, viene seppellito vivo; la pellicola inizia con la "resurrezione" dello straniero da sottoterra, come in un film della Hammer. Curato da due indiani si mette in viaggio con dei proiettili d'oro nella pistola. Proiettili forgiati per lui dai due pellerossa. La città è abitata da figure deliranti, malati di mente, brava gente che non manca di scatenare la più efferata violenza non appena se ne presenta l'occasione, e sotto il giogo del bandito Zoro. Quest'ultimo (Roberto Camardiel), vestito elegantemente di bianco, ha come milizia una compagine di cowboys tutti vestiti di nero. Tutti omosessuali.
Come base immaginate l’incubo di un John Ford intossicato dal Peyote, poi aggiungete topoi dello spaghetti western ma anche del genere splatter, condite il tutto con riferimenti (pare involontari) all’ideologia terzomondista e finalmente saprete cosa può riservarvi la visione di ‘Se sei vivo spara’.
Per Questi in fondo si tratta solo di una “storiaccia western”… l’ennesima favola su un carico d’oro rubato e la successiva spartizione andata a male ma a ben vedere questa parabola sull’avidità poteva funzionare benissimo anche in contesti narrativi diversi, e senza perdere nulla della propria ferocia. La genesi dell’opera è curiosa. Come ha raccontato più volte il regista, lui e Arcalli stavano elaborando la sceneggiatura del thriller ‘La morte ha fatto l’uovo’, quando improvvisamente si ritrovarono in casa il produttore Sandro Iacovoni. In piena golden age del western all’italiana, un piccolo soggetto scribacchiato su un foglietto di carta bastava per accedere a ingenti finanziamenti e trovare subito distributori sui mercati nazionale ed esteri, perciò anche il temerario Iacovoni volle mettere in piedi una produzione affidandosi ai due giovani autori. Fu così che Questi si imbarcò in questa bizzarra avventura che lo condusse per carenze di budget alla periferia di Madrid, e non in Almeria, luogo di riferimento per tutte le compagnie cinematografiche italiane.
Sotto l’infuocato sole spagnolo, il film prese forma, e mentre le idee sulla direzione da dare alla storia scaturivano direttamente da intuizioni sul set, il regista non si pose troppi problemi sugli eccessi della rappresentazione. Atti di sadismo, uno stupro perpetrato da pistoleri gay, maltrattamenti su bambini, violenze psicologiche su donne represse, realistiche impiccagioni, violente esecuzioni sommarie, squartamenti, torture disgustose, tombe divelte, insomma Questi non si volle limitarsi a suggerire e per questo arrivò in sol colpo ad infrangere gran parte dei tabù cinematografici. Considerando che eravamo nel 1967, possiamo farci un idea dello shock provocato agli spettatori costretti ad assistere ad un simile concentrato di atrocità. Naturalmente anche la totale assenza di personaggi positivi contribuì ad alimentare la sensazione di straniamento. Non c’è dubbio che Questi si sia lasciato prendere un po’ la mano, ma più che stupire, il regista voleva raccontare a suo modo una storia surreale in cui hanno finito per confluire svariati riferimenti cinefilo-letterari, ma anche buona parte dei ricordi legati ai duri giorni della guerra partigiana. Secondo molti critici, questo western atipico con puntate sul gotico, deve essere letto come un metaforico atto d’accusa contro gli eccessi delle società capitalistiche, ma nelle sue dichiarazioni a posteriori, il regista ha lasciato intendere che l’introduzione di questa chiave di lettura non era certo tra le sue priorità.
Va da sé che un film così estremo non poteva passare indenne tra le maglie della censura ma i primi tagli furono apportati solo dopo pochi giorni dall’uscita nelle sale. Nel 1975, anno in cui Questi rimise mano al film per permettergli un passaggio televisivo, le scene incriminate vennero reintrodotte, ma anche in questa circostanza l’opera venne mutilata per questioni di durata. Nella nuova edizione il film circolò con il titolo Oro Hondo.
Tradito da una banda di fuorilegge con a capo Oaks (Piero Lulli) e fucilato da questi assieme a dei campesinos, viene seppellito vivo; la pellicola inizia con la "resurrezione" dello straniero da sottoterra, come in un film della Hammer. Curato da due indiani si mette in viaggio con dei proiettili d'oro nella pistola. Proiettili forgiati per lui dai due pellerossa. La città è abitata da figure deliranti, malati di mente, brava gente che non manca di scatenare la più efferata violenza non appena se ne presenta l'occasione, e sotto il giogo del bandito Zoro. Quest'ultimo (Roberto Camardiel), vestito elegantemente di bianco, ha come milizia una compagine di cowboys tutti vestiti di nero. Tutti omosessuali.
Come base immaginate l’incubo di un John Ford intossicato dal Peyote, poi aggiungete topoi dello spaghetti western ma anche del genere splatter, condite il tutto con riferimenti (pare involontari) all’ideologia terzomondista e finalmente saprete cosa può riservarvi la visione di ‘Se sei vivo spara’.
Per Questi in fondo si tratta solo di una “storiaccia western”… l’ennesima favola su un carico d’oro rubato e la successiva spartizione andata a male ma a ben vedere questa parabola sull’avidità poteva funzionare benissimo anche in contesti narrativi diversi, e senza perdere nulla della propria ferocia. La genesi dell’opera è curiosa. Come ha raccontato più volte il regista, lui e Arcalli stavano elaborando la sceneggiatura del thriller ‘La morte ha fatto l’uovo’, quando improvvisamente si ritrovarono in casa il produttore Sandro Iacovoni. In piena golden age del western all’italiana, un piccolo soggetto scribacchiato su un foglietto di carta bastava per accedere a ingenti finanziamenti e trovare subito distributori sui mercati nazionale ed esteri, perciò anche il temerario Iacovoni volle mettere in piedi una produzione affidandosi ai due giovani autori. Fu così che Questi si imbarcò in questa bizzarra avventura che lo condusse per carenze di budget alla periferia di Madrid, e non in Almeria, luogo di riferimento per tutte le compagnie cinematografiche italiane.
Sotto l’infuocato sole spagnolo, il film prese forma, e mentre le idee sulla direzione da dare alla storia scaturivano direttamente da intuizioni sul set, il regista non si pose troppi problemi sugli eccessi della rappresentazione. Atti di sadismo, uno stupro perpetrato da pistoleri gay, maltrattamenti su bambini, violenze psicologiche su donne represse, realistiche impiccagioni, violente esecuzioni sommarie, squartamenti, torture disgustose, tombe divelte, insomma Questi non si volle limitarsi a suggerire e per questo arrivò in sol colpo ad infrangere gran parte dei tabù cinematografici. Considerando che eravamo nel 1967, possiamo farci un idea dello shock provocato agli spettatori costretti ad assistere ad un simile concentrato di atrocità. Naturalmente anche la totale assenza di personaggi positivi contribuì ad alimentare la sensazione di straniamento. Non c’è dubbio che Questi si sia lasciato prendere un po’ la mano, ma più che stupire, il regista voleva raccontare a suo modo una storia surreale in cui hanno finito per confluire svariati riferimenti cinefilo-letterari, ma anche buona parte dei ricordi legati ai duri giorni della guerra partigiana. Secondo molti critici, questo western atipico con puntate sul gotico, deve essere letto come un metaforico atto d’accusa contro gli eccessi delle società capitalistiche, ma nelle sue dichiarazioni a posteriori, il regista ha lasciato intendere che l’introduzione di questa chiave di lettura non era certo tra le sue priorità.
Va da sé che un film così estremo non poteva passare indenne tra le maglie della censura ma i primi tagli furono apportati solo dopo pochi giorni dall’uscita nelle sale. Nel 1975, anno in cui Questi rimise mano al film per permettergli un passaggio televisivo, le scene incriminate vennero reintrodotte, ma anche in questa circostanza l’opera venne mutilata per questioni di durata. Nella nuova edizione il film circolò con il titolo Oro Hondo.
LA MORTE HA FATTO L'UOVO (Ita/1968)
Regia: Giulio Questi
Con: Gina Lollobrigida, Jean-Louis Trintignant, Ewa Aulin, Jean Sobieski, Giulio Donnini
Regia: Giulio Questi
Con: Gina Lollobrigida, Jean-Louis Trintignant, Ewa Aulin, Jean Sobieski, Giulio Donnini
Terminata l’esperienza western, Questi e Arcalli tornarono sulle carte che avevano momentaneamente accantonato e portarono a termine il lavoro iniziato mesi prima. In breve la sceneggiatura fu ultimata e le riprese iniziarono. Secondo le intenzioni del regista, il ruolo di Marco fu affidato a Jean-Louis Trintignant, ma per il ruolo di Anna la produzione impose Gina Lollobrigida, inizialmente respinta da Giulio Questi, ma in seguito accettata perché, secondo le parole del regista, il film doveva essere un’operazione volutamente kitsch e in fondo, «fare un giallo con una storia di polli e prendere la Lollobrigida come protagonista, a quel tempo, era davvero un’operazione kitsch!».
Bizzarro fin dal titolo, La morte ha fatto l’uovo supera le provocazioni del film precedente, in un saggio estremo che ricorda per alcuni aspetti le lezioni surrealiste di Luis Buñuel, con tanto di scena che rievoca L’angelo sterminatore (Luis Buñuel, 1962): durante una festa, per gioco, si decide di svuotare una stanza di tutti i mobili che la arredano e vi si fa entrare, a turno, un uomo e una donna completamente soli. Erotismo e violenza in perfetto stile Bataille costituiscono gli ingredienti principali di un cocktail micidiale che, attraverso un montaggio estremo e sperimentale e una narrazione anarchica, dà origine ad una nuova interessante rivisitazione del genere giallo in chiave pop. Così come per Se sei vivo spara, anche in La morte ha fatto l’uovo tornano alcune delle componenti costanti del cinema di Questi: la rielaborazione del genere cinematografico, la forzatura visiva, il gusto dell’eccesso, la violenza.
Fra citazioni buñueliane (qualcuno spese anche il nome di Godard) e critiche al consumismo imperante, La morte ha fatto l’uovo, rappresenta senza dubbio una delle pellicole più kitsch, più interessanti e, nello stesso tempo, meno note del cinema italiano. Come ricorda Giulio Questi: «Erano gli anni del boom economico. L’industrializzazione era una marea montante che travolgeva tutto, un inno al futuro, un frenetico impacchettamento di prodotti, senza distinzione tra inanimato e animato. I prodotti ancora vivi gridavano di terrore e di dolore. I grandi allevamenti di polli ne erano un simbolo. Ogni pollo era un uomo, ogni gallina una donna, ogni pulcino un bambino. Su di loro si costruiva la ricchezza. E su tutto trionfava l’UOVO, bianco, liscio, perfetto, con la vita chiusa dentro. La perversione sessuale rimaneva l’unica via di fuga possibile».




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